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Orlando PDF Stampa E-mail

Orlando è l'eroe per eccellenza, egli è stato presentato dalla tradizione letteraria occidentale come il prototipo del paladino.

Il personaggio letterario è ispirato alla figura di un certo Hruodlandus, dignitario franco rimasto ucciso a Roncisvalle. Della vita vera di questo cavaliere sappiamo solo questo; il fatto che sia figlio di Milone, alfiere di Carlo e sposo di Berta, sorella dell’imperatore; le sue avventure prima di Roncisvalle, sono tutto frutto della fantasia dei cantastorie e dei poeti che da questo sfortunato personaggio storico faranno nascere il ben noto paladino protagonista di tante avventure.

Il primo testo a lanciare il povero Hruodlandus nell’olimpo degli eroi cavallereschi è la Chanson de Roland, scritta più o meno dopo la vittoriosa conclusione della Prima Crociata. Lo scontro tra cristiani e musulmani è molto importante per capire il clima culturale in cui è stata redatta l'opera. L'autore resta ignoto (alcuni pensano che sia un certo Turoldo, per il nome che compare nell'ultimo verso), ma il suo verseggiare conquista subito il pubblico per il suo stile semplice, solenne e commosso. La trama non tiene conto per niente della realtà storica: Carlo Magno ha conquistato la Spagna tranne Saragozza, ultimo baluardo saraceno nella Penisola Iberica. Il re moro Marsilio chiede allora una tregua all'imperatore: si sarebbe arreso a patto che le armate franche avessero lasciato il regno musulmano. Roland, valoroso cavaliere franco, si oppone ma cade vittima di un'imboscata tesa dai Mori presso Roncisvalle. Nello scontro il prode eroe fa strage dei nemici con la sua famosa spada Durendal (Durlindana in Italia). Sopraffatto, Roland usa il poco fiato che ha ancora in corpo per suonare l'Olifante, il corno magico col quale richiama l'attenzione di Carlo. Non si sa se la leggenda della morte di Roland abbia fatto parte del repertorio dei giullari oppure se Turoldo si sia rifatto a delle opere in prosa.

Altro testo che ha goduto di una certa fama, tanto da essere considerato contemporaneo ai fatti[2], è stato l’’’Historia Karoli Magni et Rotholandi’’ di Turpino, redatto con molta probabilità anch’esso durante le Crociate.

L’epopea di Carlo Magno e dei suoi paladini nei secoli ha valicato le Alpi e i Pirenei. In Spagna Roland diventa don Roldàn, in Italia Orlando (o Rolando). La diffusione delle gesta dei cavalieri si ha grazie ai giullari, che lungo le grandi vie di pellegrinaggio spagnole ed italiane intrattenevano i viaggiatori con le avventure di Orlando (o don Roldàn) e degli altri eroi protagonisti del ciclo carolingio.

I cantastorie, per rendere comprensibile al pubblico non francese le avventure narrate, iniziarono a volgere nel volgare parlato nelle regioni italiane il francese dei cantari. Queste traduzioni, messe per iscritto, hanno dato vita ad una letteratura volgare (caratterizzata da un sincretismo tra francese e dialetti italiani e da nuove avventure che arricchivano l’argomento originario). Le prime traduzioni di questo tipo sono state fatte nell’area padano-veneta, successivamente vediamo comparire delle versioni toscane. In quest'ultime i poeti sostituirono le monotone lasse a una sola rima con l’ottava. In Italia Roland oltre ad italianizzare il suo nome diventa imolese di nascita, o sutrino secondo altri testi, Gonfaloniere di Santa Chiesa e Senatore romano.[3]. Nella nostra penisola, sono scritti il poema franco-italiano ‘’Berte et Milon’’, dove si narra dell’amore dei genitori d’Orlando, e le due composizioni franco-venete del XIV secolo Entrée d’Espagne di un anonimo padovano, e Prise de Pampelune di Niccolò da Verona. Con il Rinascimento, sono redatti i tre grandi poemi che hanno rielaborato la vicenda di Orlando (Pulci, Boiardo ed Ariosto), e che sono considerati tre opere fondamentali della letteratura italiana[4].

Particolare molto interessante è il fatto che in tutti i testi che narrano le sue gesta, Turpino e Turoldo in primis, Orlando risulterebbe casto, austero e devoto al suo dovere di buon cavaliere di Carlo Magno e paladino della Fede. A fianco all’eroe c’è il cugino Rinaldo, coraggioso ed audace come lui. Ma a differenza del figlio di Milone, Rinaldo è uno spirito ribelle e insofferente all’autorità dello stesso imperatore. La fortuna di questo personaggio in Italia sarà tale che pian piano acquisterà maggiore spazio nei racconti epici. Contemporaneamente, Carlo verrà degradato al rango di personaggio quasi comico, di vecchio rimbambito. In questo scadimento del grande sovrano franco, alcuni hanno visto una metafora dell’’’anarchia feudale’’ che portò alla perdita di autorità degli imperatori fin dagli immediati discendenti di Carlo Magno.

Ai leali e coraggiosi conti di Chiaromonte (ossia Orlando e Rinaldo), fanno da contraltare gli infidi e meschini Maganzesi. Capostipite di questa famiglia è Gano di Maganza, colui che tradendo i cristiani ha provocato, secondo i cantari, la rotta di Roncisvalle. La sfida tra le due famiglie ha come sfondo l’epopea, peraltro anacronistica, della conquista della Penisola Iberica da parte di Carlo. A queste vicende i cantari italiani aggiungono episodi immaginosi inquadrati nello scontro tra Longobardi e Franchi e, addirittura, avventure in Oriente dei nostri paladini e amori con le principesse locali (il più famoso dei quali è quello tra Orlando e Angelica, principessa del Catai).

Col tempo e con l’aumento delle persone in grado di leggere, le avventure dei cavalieri di Carlo, man mano che l’età delle Crociate volge al termine, diventano materia di un sempre più nutrito numero di opere. Ma le nuove fasce di popolazione alfabetizzate non sono i dotti lettori dei secoli precedenti; esse sono rappresentate per lo più da mercanti (o per dirla in termini moderni borghesi) in grado sì di leggere e far di conto, ma non avvezzi alla raffinata poesia epica francese o toscana. Per questo motivo iniziano a circolare brevi romanzi in prosa, che hanno la caratteristica di unire il ciclo carolingio (tradizionale fonte delle avventure di Orlando e altri paladini suoi pari) con i temi propri del ciclo bretone. In Francia ed in Inghilterra diventano molto popolari e arrivano ben presto a soppiantare l’austero ciclo carolingio; in Italia queste opere rimangono d’esclusivo appannaggio delle corti nobiliari e delle dame; il ‘’popolo’’ resta fedele a Orlando, Gano e Rinaldo.

Il tema dei duelli tra cavalieri cristiani e mori ha avuto tale successo da noi, che è rimasto nella tradizione popolare fino ai giorni nostri grazie ai cantastorie a Napoli, con le pitture sulle fiancate dei carretti siciliani.[6]. La fortuna di queste avventure fino ai giorni nostri è stata tale che Italo Calvino a proposito scriveva: «[...] E quando con l’istruzione obbligatoria cominciò a circolare qualche libro nelle campagne italiane, tradizionalmente poco avvezze alla lettura, il più letto fu una cronaca, variamente ammodernata e raffazzonata, che era stata scritta tra il Trecento e il Quattrocento, I Reali di Francia, compilazione in prosa delle gesta del ciclo carolingio, opera d’un cantastorie toscano, Andrea da Barberino».

Il personaggio storico 

Storicamente Orlando era uno dei paladini (cioè i soldati più fidati del re, quasi guardie del corpo sul modello dei pretoriani di Augusto) di Carlo Magno. Carlo Magno effettuò veramente una spedizione in Spagna: i franchi cercarono di prendere profitto da un contrasto tra due emirati, ne appoggiarono uno, ma dopo una scaramuccia si ritirarono senza aver concluso nulla. Il 15 agosto 778, il governatore della marca di Bretagna di nome Hruodlandus, che guidava la retroguardia, fu attaccato dai briganti baschi (e quindi cristiani) durante l'attraversamento della gola di Roncisvalle sui Pirenei. Lo storico Eginardo, nella sua "Vita Karoli", riporta che i baschi massacrarono Orlando e tutti i suoi uomini. Nel Medio Evo la sua storia divenne il simbolo della guerra tra cristiani e musulmani quando nel racconto i baschi vennero sostituiti con i saraceni. Questo nobile Hruodlandus (francesizzato Roland) venne poi erroneamente messo in relazione con il sepolcro a Blaye di un altro Roland, un santo che indicava la via per il pellegrinaggio in Spagna.

Orlando nell'Orlando Innamorato

Come poi sarà anche nel Furioso, uno degli episodi centrali è appunto l'innamoramento del conte. Orlando assume un tratteggio forte e ben definito. Conserva i tratti salienti del suo personaggio secondo la tradizione e secondo (quel poco che si sa) la storia: è così buono, generoso, forte e magnanimo, e per questo è infatti e a ragione uno dei più forti paladini di Francia. Ma la novità è che nel poema il conte si trova a dover affrontare qualcosa alla quale non è preparato. Orlando, "non usato all'amorose cose", si trova preso e vinto solo con uno sguardo alla bella Angelica, ma si rivela un innamorato maldestro e goffo, a volte timido, oltre che un uomo talmente sincero e con la coscienza limpida da risultare ingenuo. Ben si può vedere quando la bella ma ingannatrice Orrigille, di cui per un breve periodi egli si invaghisce, lo raggira rubandogli il cavallo e fuggendo dicendogli che salendo su una roccia potrà vedere l'Inferno e il Paradiso! Questi episodi, come anche nell'Ariosto, ben esplicano come le faccende d'Amore siano sempre incerte e sfuggevoli, con risvolti a volte anche comici o divertenti nel poema, anche per un uomo tutto d'un pezzo come Orlando. In somma il conte qui si trova ad affrontare l'unica cosa che non si può ridurre sotto l'arbitrio di nessuno, una cosa certo sublime, ma sconvolgente e spesso crudele, che riduce il nobile paladino a rincorrere l'amata supplicandola per la foresta. Orlando si trova quindi impreparato e spiazzato davanti a questo inusuale nemico: l'Amore, il quale sembra inevitabilmente volto ai suoi danni. La novità del poema è anche questa, l'eroe visto sotto un nuovo aspetto, una spetto più umano, l'eroe presentato sotto una luce nuova, in un campo in cui trova, nonostante le sue innumerevoli qualità straordinarie, immense difficoltà.

 

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