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L'artiginato Acese PDF Stampa E-mail
Mani attente, precise, guidate da un'idea geniale. La capacità degli artigiani si esprime nella pasta reale come nel ferro battuto: con la stessa sensibilità per le cose belle.

Rinominate le dolcerie di Venerando Grasso, di Giuseppe Lo Presti e dei fratelli Costarelli "situate su tutto un fianco della piazza Duomo" (Enzo Marangolo); dei fratelli Vito, Sebastiano e Salvatore Bonanno, trimurti famosissima, in via Cavour, di Raciti, in via S.Martino, di Francesco Trovato in via Galatea, uno specialista in fatto di pasta reale: la riproduce copiando dal vero pesci, frutti, conchiglie, fiori, come il demiurgo platonico riproduceva copiando dal regno delle idee. I suoi garofani in pasta reale gli valsero una Croce al merito della Repubblica.
Nessuno aveva espresso un garofano rosso (solo Elio Vittorini, ma nelle pagine di un suo romanzo) plasticamente, dolcemente, veristicamente, come il cavaliere Trovato, cresciuto nei laboratori di donna Niriana Marano e di Costarelli.

Nelle strade Dafnica e Galatea, antichissime e suggestive, si trovano le botteghe dei Rigano (botteghe nel senso toscano, più nobile del termine), onuste di tradizioni, di gloria, di diplomi, di medaglie. I cerai sono persone buone e umili, sensibili, come la materia con la quale con la quale sono quotidianamente alle prese... La delicatezza della materia, mai sorda all'intenzione dell'arte, si prestava ad esprimere i bei Gesuini, i Bambineddi, di un carnato roseo naturalistico, da adagiare nella mangiatoia del Presepe.

L'arte del ricamo ingentilisce i manufatti esprimendo, direbbe il Croce, "moti dell'animo che non hanno dietro di sé, come precedenti immediati, grandi travagli del pensiero e della passione" e "sentimenti semplici in corrispondenti semplici forme"...
Dalle mani fatate delle ricamatrici fiorivano autentici capolavori, nei quali perizia e tecnica non andavano disgiunte da estro, da capacità inventiva.
Molto brave le signore Grazia Zagame Leonardi, di via Paolo Vasta, e Angela Messina, madre del grande ricamatore in oro Giuseppe Messina di via Cosentini, che tenne alto il prestigio dell'arte sacra locale.

Ai cappelli provvedevano le modiste: la Micalizzi di corso Umberto, la Idonea di corso Savoia; la signora Mariannina Spada intesa "Spacchiapanelli" di corso Umberto; le graziosissime signore Sangiorgio di via Dafnica; la signora Filippina Ardita di via Dafnica; la signora Bianca Puglisi di corso Umberto...
Creavano elegantissimi feltri e vivaci paglie con motivi floreali in sintonia con i colori della primavera e dell'estate...

I tornitori andavano fieri del titolo di "Maestri". Curvavano il legno delle componenti della sedia: la base, i piedi, lo schienale. Disposto in forma geometrica, il finocchietto conferiva all'insieme delle sedie una eleganza cge era indice di gusto sobrio e raffinato...
Rinomatissima la fabbrica di sedie di finocchietto viennese di Giovanni e Ambrogio Fichera in fondo a via Paolo Vasta, accanto al Monastero della Visitazione delle "Sepolte Vive"...

Emanuele Magrì costruiva i suoi Pupi, dando vita alla materia informe e inerte  - le stoffe, il legno, le piume, gli ori, il metallo da sbalzare - mosso dalla gioia e dalla sofferenza che sono del demiurgo in ogni suo atto creativo: dall'informe traeva fuori il Paladino, nel quale vedeva, via via, prendere consistenza e concretizzarsi l'elemento fantastico, che gli urgeva dentro.
Sul filo di quella tradizione , opera in Acireale Salvatore Grasso, puparo anche lui e costruttore di Pupi...

La corazza dei prodi Paladini mi porta, per associazione di idee, a Corazzato. Nell'arte nobilissima del mitico Vulcano, dove eccelle la maestria del cavaliere Mario Corazzato, brillò di luce propria il sommo Angelo Paradiso, geniale artefice di tanti capolavori, come le inferriate, della Villa Belvedere e della Villetta di piazza Lionardo Vigo e dei preziosi cancelli che precludono la Reale Cappella di Santa Venera, in Cattedrale, occupano un posto di preminenza gli Amato... di una cosa bella si diceva "pari ca fici Amatu"...
I fratelli Lizzio, rampolli di tutta una stirpe di fabbri provetti, "operavano" in via delle Terme... in via Lilibeo lavorava un anziano artigiano, bravissimo, dai baffi alla Giolitti e dal portamento alla Andrea Costa, che sembrava usciti da un racconto di Paolo Valera.
L'arte del rame ha, tutt'ora, il suo "regno" in quella parte di via Dafnica dove sorge l'antico tempio di Gesù e Maria, a pochi passi dalla linda chiesa delle Verginelle.
I colpi del martello scandiscono il tempo della operosa giornata dei fratelli Urso. Batti e ribatti: colpi ritmici, continui, per nulla assordanti.
Espressione della civiltà dei popoli, il rame serve per gli utensili del vivere quotidiano, ma è anche materia in cui si esprime il talento di chi lo lavora: si passa così dal manufatto destinato all'uso pratico a quello che è frutto della ispirazione e delle capacità inventive dell'individuo.

L'artigianato del restauro del libro è legato soprattutto al nome di Ferdinando Somma, con laboratorio in via Marchese di San Giuliano. Nello stanzone dove Somma lavorava, cucendo uno dopo l'altro, i quinterni per poi proteggerli con un solido dorso di pelle o di resistentissima tela, si spandevano l'afrore pungente della colla e il tanfo della muffa degli amidi, misti all'odore di tanta carta in attesa di passare per le mani dell'abile legatore.
Somma era uno degli ultimi epigoni del celeberrimo Principato di via Romeo, maestro autentico...

Al Tocco, dove sorgeva la fortezza della Porcellana, che domina dall'alto il piccolo borgo marinaro di S. Maria La Scala, don Pasqualino Indelicato costruiva barche, eseguendone anche la decorazione, ultimo atto di un lavoro lungo e paziente: connessione delle fasce e delle travi, calafatura, impianto delle orditure, fino al tocco finale del pennello che conferiva all'insieme un "tono di colore, necessità primordiale" per il nostro popolo che "non può vivere senza che una luce di bellezza illumini la quotidiana fatica" (Paolo Toschi).
Il cantiere di don Pasqualino 'u varcarolu non è più al Tocco. Si è trasferito sulla Litoranea. Salvatore e Giuseppe Indelicato continuano l'attività del vecchio padre prodigandosi con tenacia perchè l'artigianato delle barche non scompaia per sempre...

L'artigianato del legno era molto florido. Salvatore Micalizzi, maestro di Alfio Pistorio, lavorava in via Paolo Vasta. Luciano Foti un grande artista, "operava" in via Caronda. Alfio Pistorio collaborò con Luciano Foti e con il veneziano Giacomo Dalla Giustina, personalità di spicco che, venuto ad Acireale dopo la disastrosa rotta di Caporetto, vi si stabilì per lavorare col Foti.
La produzione di Alfio Pistorio è molto vasta e abbraccia un arco di tempi di quasi un settantennio. Di pregevolissima fattura una serie di Crocifissi lignei eseguiti in diversi periodi. Tra il 1937 e il 1938, Alfio Pistorio eseguì, per la porta centrale della Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, due grossi tondi con lo stemma Ponteficio e i fregi delle due porte d'ingresso laterali...

Acireale ha avuto, in ogni tempo, sarti bravissimi: De Vita, Farruggio, Fichera, Leonardi, Trovato, Strano, Monterosso, Catalano, Gerbino, Gruppillo, Castorina...
Autentico "padre Giuseppe" dell'arte della calzoleria acese, don Gaetano De Maria, padre di Raffaele, autore di "Fine Ottocento ad Acireale", Anastasi e Bua, inteso "facci di trippa", fornivano modelli di ottima fattura. Bua aveva lavorato per tanti anni a Torino.
E poi i Consoli, i Sorbello, i Lo Meo, e tanti altri...
Alla difficile arte della calzatura facevano parte le cucitrici di tomaie, le lazzittara, casalinghe che alternavano il lavoro a cottimo, da consegnare ai calzolai committenti, con quello, non meno pesante, delle abituali faccende domestiche...

Antonio Pagano
 

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