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Il lavoro minorile

“Gli Stati riconoscono il diritto di ogni bambino ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e a non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale[…]” Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, art. 32

Nel mondo, 211 milioni di bambini e bambine lavorano. Hanno meno di 14 anni, dovrebbero andare a scuola, giocare, avere tempo per riposare, e invece lavorano: nei campi, nelle discariche, sulla strada, ovunque vi siano opportunità di guadagnare qualcosa per aiutare a sopravvivere sé e la propria famiglia. Alcuni riescono a trovare il tempo per frequentare la scuola, ma la maggior parte di essi non ha mai messo piede in un’aula scolastica, ed è probabile che non lo farà mai. A meno che qualcuno li aiuti.

Le stime più recenti ci dicono che i bambini lavoratori vivono soprattutto in Asia, ma che è l’Africa il continente in cui, in proporzione, è più alta la probabilità che un bambino sia costretto ad un’occupazione precoce. Tuttavia, i baby-lavoratori sono numerosi nei paesi a medio reddito (5 milioni nell’Est europeo, e il dato è in crescita a causa della difficile transizione all’economia di mercato), e non mancano neppure nei paesi industrializzati: in Italia, l’ISTAT ne ha censiti circa 145.000, mentre la CGIL ne fa una stima quasi tre volte superiore.

Il lavoro minorile è un fenomeno assai complesso, e non esistono soluzioni semplici. Anche se tutti abbiamo imparato a conoscerlo attraverso le storie e i volti dei piccoli fabbricanti di tappeti, come Iqbal Masih, soltanto un bambino lavoratore su 20 è impiegato nell’industria che produce beni destinati all’esportazione. Le vittime dello sfruttamento economico vanno ricercate altrove, nei meandri nascosti dell’economia informale: agricoltura (70% del totale), lavoro domestico, commercio al minuto, prostituzione, attività illegali. In questa zona d’ombra dove povertà, ignoranza e discriminazione si incrociano con l’assenza di qualsiasi forma di assistenza sociale, non è sempre facile dare un volto e un nome a chi sfrutta: ma, di certo, per ogni bambino o bambina che lavora c’è un diritto umano negato.

L’UNICEF è in prima linea nella lotta al lavoro minorile, con programmi di sensibilizzazione, prevenzione e recupero. Il primo compito è quello di promuovere a tutti i livelli (governo, autorità locali, società civile) la conoscenza e il rispetto dei diritti dei bambini, valorizzando il ruolo che essi possono avere per lo sviluppo a lungo termine. I più giovani sono la vera ricchezza di un paese povero: l’istruzione è il miglior modo per farla fruttare, mentre il lavoro precoce non lascia loro alcuna prospettiva che non sia altro sfruttamento. Questo messaggio positivo viene comunicato in mille forme dall’UNICEF, attraverso campagne di informazione con il coinvolgimento dei leader comunitari, sindacali, religiosi e con il contributo fondamentale delle associazioni locali.

La scuola è il luogo in cui si gioca la partita decisiva della prevenzione del lavoro minorile. Generalmente, tutti i bambini desiderano andare a scuola e quasi tutti gli adulti attribuiscono all’istruzione un importante valore di promozione sociale. Per le famiglie più disagiate, tuttavia, anche il costo dei libri o dei pasti di metà giornata può diventare un ostacolo insormontabile. E spesso una scuola di cattiva qualità può indurre i genitori a ritirare i propri figli per mandarli a lavorare, ritenendo improduttivo il sacrificio economico da sostenere per la frequenza scolastica. Oltre a promuovere riforme in favore dell’istruzione gratuita e universale in tutti gli Stati, l’UNICEF investe somme importanti nel risanamento delle scuole e nella formazione degli insegnanti. In alcuni casi, soprattutto durante le emergenze, l’UNICEF si fa carico anche della distribuzione di materiali didattici e delle refezioni scolastiche.

Liberare i bambini dal giogo del lavoro significa offrire loro alternative valide e realistiche. Il reinserimento scolastico è la soluzione ottimale, ma bisogna anche tenere conto dello stato di necessità che aveva spinto la famiglia, o il minore stesso, a compiere la scelta del lavoro precoce. Spesso, il bambino ha l’esigenza di continuare a svolgere un lavoro almeno per una parte della giornata. L’UNICEF finanzia numerosi progetti di scolarizzazione per bambini lavoratori, ex-bambini soldato o bambini di strada, che prevedono orari flessibili, metodologie didattiche partecipative e un apprendimento che contempla competenze utili per la vita quotidiana (life skills) e per la formazione professionale. La variegata galassia dell’“istruzione non formale” è la sede per eccellenza del recupero educativo e sociale delle giovanissime vittime del lavoro minorile. A queste attività si affianca spesso il microcredito, esperienza ormai consolidata di piccoli prestiti a basso tasso di interesse e rivolti a nuclei familiari indigenti per avviare piccole attività generatrici di reddito.

Non è pensabile che il lavoro minorile scompaia dal mondo oggi, e neppure domani. Crisi economiche, conflitti, spostamenti di popolazione per cause naturali e non, e soprattutto la pandemia dell’HIV/AIDS creano continuamente nuovi spazi per lo sfruttamento economico dei più piccoli. Segnali positivi sono però visibili. Il fenomeno del lavoro minorile, pressoché ignorato dalla comunità internazionale fino a metà anni Novanta, è oggi compreso e affrontato con strumenti mirati, e le strategie di contrasto fanno tesoro di esperienze sempre più numerose e significative. Dal 1999 ad oggi, sono ben 132 gli Stati che hanno ratificato la Convenzione n. 182 dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sull’abolizione delle forme peggiori di sfruttamento economico dei minori. E si stima che dal 1996 ad oggi il numero dei bambini lavoratori nel mondo sia diminuito di 40 milioni di unità, nonostante l’aumento della popolazione infantile globale. Sono i primi segni di successo dell’impegno messo in campo in questi ultimi anni, e che soltanto la volontà degli Stati e la solidarietà dei cittadini potrà rendere duraturo.

( da  Ecplanet , quotidiano tecnologico e scientifico

  www.ecplanet.com )

 

I bambini invisibili

Il mondo è pieno di bambini invisibili che non fanno notizia Governi, media e donatori sono pronti a mobilitarsi per le emergenze, siano esse catastrofi naturali, guerre o carestie, quando la luce dei riflettori è puntata sul problema. Ma spesso ignorano i milioni di bambini sui quali la luce dei riflettori non si accende mai o si è appena spenta.

I bambini invisibili sono quelli costretti ogni giorno a rinunciare ai loro diritti fondamentali, sebbene quasi tutti i paesi del mondo si siano solennemente impegnati a rispettarli e a farli rispettare ratificando la Convenzione sui diritti dell'infanzia del 1989. Sono quelli che spariscono alla vista delle famiglie, delle società, delle comunità, dei governi, dei donatori, della società civile, dei media e spesso anche degli altri bambini. Quelli che non vogliamo o non riusciamo a vedere.

Questi bambini non sono contemplati dalle leggi, dai bilanci statali, dai programmi, dalle ricerche. Ciononostante essi rientrano nel mandato dell'UNICEF, che da sessant'anni rinnova ogni giorno il suo impegno a "vederli": prima, durante e dopo le emergenze, in ogni parte del mondo e con un lavoro costante per investire in programmi a lungo termine - la vera chiave per non rassegnarsi ad accettare un futuro segnato dall'invisibilità.

A questi bambini è stato dedicato il rapporto UNICEF su La Condizione dell'infanzia nel mondo 2006 dal titolo Esclusi e invisibili, che è stato presentato come sempre a dicembre nelle principali capitali del mondo disponibile anche on-line su www.unicef.it

Per tutti questi bambini è necessario rilanciare un impegno che vada oltre gli attuali programmi e metodi di aiuto allo sviluppo. La responsabilità primaria spetta ai governi che devono rafforzare il loro impegno nella ricerca e nel monitoraggio della natura e della
portata degli abusi per raggiungere i bambini esclusi e invisibili, devono adeguare le leggi nazionali agli impegni internazionali assunti nei confronti dell'infanzia, modificando e abolendo le leggi che favoriscono le discriminazioni.

È anche fondamentale che i governi stanzino più risorse per i bambini e promuovano riforme per eliminare le barriere per quelli esclusi dai servizi essenziali, come l'obbligo di presentare il certificato di nascita per l'iscrizione scolastica.
 
Oltre all'impegno dei governi, il rapporto indica le azioni concrete che possono essere intraprese dalla società civile, dal settore privato, dai donatori e dai media per evitare che i bambini "passino tra le maglie della rete".

I governi, le famiglie e le comunità devono fare di più, innanzitutto per evitare gli abusi e lo sfruttamento e poi per proteggere i bambini vittime di abusi. Bisogna adottare e applicare energicamente leggi che assicurino alla giustizia gli autori dei crimini contro i bambini e questi devono poter disporre delle informazioni utili per proteggersi. Pianeta Italia Se è vero che è più immediato pensare ai milioni di bambini invisibili che vivono nei paesi in via di sviluppo, è anche vero che nei paesi industrializzati esistono delle realtà drammatiche molto spesso ignorate dai consueti circuiti dell'informazione.


Tra i bambini e gli adolescenti a rischio di invisibilità, va posta attenzione anche ai minori non accompagnati una realtà di cui si parla poco e che viene ricordata attraverso l'iter normativo previsto per questa categoria a rischio. L'impegno sui diritti con una serie di partner nazionali e locali costituisce il vero cambiamento di prospettiva nel lavoro quotidiano per combattere l'esclusione sociale e l'invisibilità dei bambini.

Chi sono i bambini invisibili

Bambini privi di un'identità ufficiale
Ogni anno oltre la metà di tutti i bambini che nascono nel mondo in via di sviluppo (esclusa la Cina) non sono registrati; oltre 50 milioni di bambini non assumono il diritto di nascita fondamentale: essere riconosciuti come cittadini. I bambini che non sono stati registrati alla nascita non compaiono nelle statistiche ufficiali e non sono riconosciuti come membri delle loro società. Ai bambini senza un'identità ufficiale non è garantita l'istruzione, un'assistenza sanitaria di qualità e altri servizi di base che influiscono sulla loro infanzia e sul loro futuro. Per esempio, i bambini non registrati non sono ammessi nelle scuole che richiedono un certificato di nascita per l'iscrizione. I bambini senza identità ufficiale non sono contati e non contano.

Bambini privi delle attenzioni dei genitori
Milioni di orfani, di bambini di strada e di bambini in stato di detenzione crescono senza le cure amorevoli e la protezione dei genitori o della famiglia. In ueste circostanze, i bambini non sono trattati affatto come tali.
* Si stima che 143 milioni di bambini nel mondo in via di sviluppo - 1 bambino su 13 - abbia perso almeno un genitore. Per i bambini molto poveri, anche la perdita di un solo genitore, specialmente la madre, può comportare ripercussioni di lunga durata sulla loro salute e sull'istruzione.
* Nel mondo decine di milioni di bambini trascorrono gran parte della vita nelle strade, esposti a tutte le forme di abuso e di sfruttamento.
* Oltre un milione di bambini vive in stato di detenzione e la maggior parte di loro è in attesa di giudizio per reati minori. Molti risultano essere vittime di trascuratezza, violenze e traumi.

Bambini nei ruoli di adulti
I bambini costretti ad assumere precocemente il ruolo di adulti perdono alcune fasi cruciali per lo sviluppo infantile.
* Centinaia di migliaia di bambini sono coinvolti nei conflitti come combattenti, corrieri, portatori, cuochi per i gruppi armati, o sono costretti alla schiavitù sessuale. In molti casi sono stati rapiti.
* Malgrado le leggi che vietano in molti paesi i matrimoni precoci, oltre 80 milioni di bambine del mondo in via di sviluppo si sposeranno prima di compiere 18 anni e molte anche in età più precoce.
* Si stima che 171 milioni di bambini lavorino in condizioni rischiose e con macchinari pericolosi in fabbriche, miniere e nel settore agricolo.


Bambini sfruttati e abusati
Isolati dai loro aguzzini che impediscono di frequentare la scuola e di usufruire dei servizi essenziali, i bambini vittime dello sfruttamento sono probabilmente i più invisibili. È quasi impossibile conoscere le loro vite e il loro numero.
* Circa 8,4 milioni di bambini sono sfruttati nelle forme peggiori di lavoro minorile, comprese la prostituzione e la schiavitù per debiti.
* Quasi 2 milioni di bambini sono sfruttati dall'industria del sesso e sottoposti continuamente a violenze fisiche e sessuali.
* Si stima che milioni di bambini scompaiano ogni anno in mondi clandestini e illegali, dove sono costretti a lavori rischiosi e degradanti, compresa la prostituzione.
* Un numero incalcolabile di bambini presta servizio come domestici presso privati. Molti di loro non possono frequentare la scuola, subiscono maltrattamenti e abusi e sono sottoalimentati o sovraccaricati di lavoro.

(Dal sito www.unicef.it )

I bambini soldato

Sono più di 300.000 i minori di 18 anni attualmente impegnati in conflitti nel mondo.
Centinaia di migliaia hanno combattuto nell'ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche di 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell'età. Decine di migliaia corrono ancora il rischio di diventare soldati.

Il problema è più grave in Africa (il rapporto presentato nell'aprile scorso a Maputo parla di 120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia ma anche in America e Europa parecchi stati reclutano minori nelle loro forze armate.

Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come "portatori" di munizioni, vettovaglie ecc. e la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.
Alcuni sono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi; in ambedue i casi sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.
Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e a violenze sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino fra il 25 e il 30 per cento delle forze di opposizione armata.

Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra, diventata oggi prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. I "signori della guerra" che le combattono non si curano delle Convenzioni di Ginevra e spesso considerano anche i bambini come nemici. Secondo uno studio UNICEF, i civili rappresentavano all'inizio del secolo il 5 per cento delle vittime di guerra. Oggi costituiscono il 90 per cento.

L'uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l'arruolamento dei minori; oggi un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. I ragazzi, inoltre, non chiedono paghe, e si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affrontano il pericolo con maggior incoscienza (per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie).

Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite. Quando questo non è facile si ricorre a ragazzi di età inferiore a quanto stabilito dalla legge o perché non si seguono le procedure normali di reclutamento o perché essi non hanno documenti che dimostrino la loro vera età.

Si dice che alcuni ragazzi aderiscono come volontari: in questo caso le cause possono essere diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, perché c’è di mezzo la fame o il bisogno di protezione. Nella Rep. Democratica del Congo, per esempio, nel '97 da 4.000 a 5.000 adolescenti hanno aderito all'invito, fatto attraverso la radio, di arruolarsi.

Un altro motivo può essere dato da una certa cultura della violenza o dal desiderio di vendicare atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità. Una ricerca condotta dall'ufficio dei Quaccheri di Ginevra mostra come la maggioranza dei ragazzi che va volontario nelle truppe di opposizione lo fa come risultato di una esperienza di violenze subite personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative.

Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell'apparato sessuale, incluso l'AIDS.

Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche dopo anni. Si aggiungano le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell'inserirsi nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell'esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute.

L'uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi che rimangono nell'area del conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.

Qualche volta i bambini soldato possono rappresentare un rischio anche per la popolazione civile in senso lato: in situazioni di tensione sono meno capaci di autocontrollo degli adulti e quindi sono "dal grilletto facile".

Per quanto molti stati siano riluttanti ad ammetterlo, l'uso di bambini soldato può essere considerato come una forma di lavoro illegittimo per la natura pericolosa del lavoro. L'ILO riconosce che: "il concetto di età minima per l'ammissione all'impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui si svolge porti un rischio per la salute, la sicurezza fisica o morale dei giovani, può essere applicata anche al coinvolgimento nei conflitti armati". L'età minima, secondo la Convenzione n° 138, corrisponde ai 18 anni.
Ricerche ONU hanno mostrato come la principale categoria di ragazzi che diventa soldato in tempo di guerra, sia soggetta allo sfruttamento lavorativo in tempo di pace.
La maggioranza dei bambini soldato appartiene a queste categorie:

  • ragazzi separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati non accompagnati, figli di single)
  • provenienti da situazioni economiche o sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada, sfollati)
  • ragazzi che vivono nelle zone calde del conflitto.

Chi vive in campi profughi è particolarmente a rischio di essere sfruttato da gruppi armati. Le famiglie e le comunità sono distrutte, i ragazzi sono abbandonati a se stessi e la situazione è di grande incertezza. I rifugiati sono così spesso alla mercé dei gruppi armati.

(da Stop all'uso dei bambini soldato 

www.bambinisoldato.it )

 

Lo sfruttamento sessuale

 

La tratta di esseri umani non è un fenomeno nuovo ma, negli ultimi dieci anni, in Europa il numero dei bambini e delle bambine vittime, provenienti principalmente dal sud-est europeo, è cresciuto costantemente. E’ una forma complessa di sfruttamento, che include diversi gradi di violenza e coercizione e che rappresenta, nel caso dei minori, una delle peggiori forme di violazione dei loro diritti riconosciuti universalmente. Il fenomeno in Europa riguarda migliaia di bambini che ogni anno vengono trafficati a scopo, principalmente, di sfruttamento sessuale (prostituzione, pedofilia e impiego in film pornografici). Tuttavia altre forme di sfruttamento e abusi, quali quelli del lavoro minorile, della mendicità, delle adozioni internazionali illegali e del traffico di organi, stanno chiaramente emergendo, vista la forte domanda nei paesi di destinazione. Le bambine e i bambini vittime hanno un’età che può variare generalmente dagli 8 ai 18 anni, ma la tratta arriva a coinvolgere anche neonati venduti - con prezzi che possono variare dai 7.000 ai 15.000 euro - a scopo di adozione. La giovane età delle vittime nel mercato del sesso è un valore aggiunto esplicitamente richiesto. In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, il numero di bambini vittime della tratta che hanno usufruito dei programmi di protezione sociale in un anno sono stati 134. Ma il numero totale delle piccole vittime potrebbe essere assai maggiore. La prostituzione coinvolge un numero di persone che varia da un minimo di 10.000 ad un massimo di 13.000, con un’incidenza di minori che varia tra il 4,2% ed il 6,2%, cioè tra le 542 e le 663 vittime, di cui la maggior parte trafficate da paesi dell’est europeo, in particolare Albania, Moldavia e Romania, e dalla Nigeria. In Bulgaria, solo nel 2002, ci sono stati 2.128 minori vittime di abusi, con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. Circa 10.000 ragazze bulgare, molte delle quali minorenni, potrebbero essere state coinvolte nella tratta a scopo di sfruttamento sessuale. In Romania e Danimarca le statistiche mostrano un aumento del numero di bambini vittime della tratta. In Spagna, sono 274 i minori sfruttati sessualmente nel 2002, di cui 168 bambine coinvolte nel mercato della prostituzione e della pornografia. Nel Regno Unito, pur non esistendo statistiche ufficiali affidabili, si parla di 250 bambini coinvolti, ma il loro numero dovrebbe essere molto più alto. Queste sono alcune delle indicazioni che emergono dal "Rapporto informativo sulla tratta di minori in Bulgaria, Danimarca, Italia, Romania, Spagna e Regno Unito", presentato oggi da Save the Children a Roma, presso la Sala del Senato, ex Hotel Bologna, in via Santa Chiara 5, ore 9.30, nell’ambito del Seminario Internazionale “Un network europeo per condividere informazioni e buone pratiche nella lotta alla tratta di bambini e bambine”. Il rapporto è il risultato di un’analisi svolta in questi sei paesi che possono essere identificati come di origine (Bulgaria e Romania), di transito e destinazione (Italia e Spagna), e di destinazione finale (Danimarca e Regno Unito). Il rapporto vuole offrire un importante strumento per l’analisi e la pianificazione strategica degli interventi sulla tratta di minori. Questa struttura di analisi comprende tutte le fasi della tratta, in cui avvengono gli sfruttamenti e gli abusi, mettendole in relazione con gli strumenti legislativi in atto in ambito nazionale ed internazionale, con la Convenzione ONU sui diritti del Fanciullo, con un sistema di riferimento istituzionale e non governativo, e con le azioni di contrasto, protezione, prevenzione e reintegrazione che sono in atto nei paesi e nelle regioni dei partner coinvolti. La ricerca contiene informazioni su tutti i “Cicli della tratta”. Il reclutamento avviene su base locale, nelle zone più povere e svantaggiate. Le vittime vengono attratte, anche tramite annunci pubblicitari pubblicati sui giornali, con false promesse di lavoro, matrimoni e condizioni di vita migliori all’estero; a volte si ricorre al rapimento. Non è raro il coinvolgimento nel reclutamento di genitori, parenti e amici delle vittime. Violenze e abusi sui minori trafficati sono all’ordine del giorno e vengono perpetrati fin dall’inizio del viaggio verso i paesi di destinazione finale. Le vittime, soprattutto quelle che vengono coinvolte nel giro della prostituzione, possono essere vendute più volte, come nel caso di una ragazza rumena di 15 anni messa in vendita ben 22 volte. Il tutto viene gestito accuratamente da organizzazioni criminali molto ben strutturate ed efficienti. Esistono infatti ruoli precisi e precise divisioni di compiti: c’è un reclutatore, che si occupa di individuare e adescare la vittima, la persona che si occupa di organizzare il viaggio e i documenti necessari, il trasportatore e l’incaricato di ricevere e sfruttare il minore nel paese di destinazione. Questi ruoli possono essere ricoperti da più di una persona. I bambini, inoltre, corrono il rischio di essere ulteriormente vittimizzati e di subire ulteriori violenze derivanti da politiche erronee o non chiare in materia di immigrazione, o da pratiche di polizia o giudiziarie potenzialmente abusanti. I minori coinvolti nella tratta sono, infatti, innanzitutto delle vittime, anche se le attività per cui vengono sfruttati li hanno portati a commettere reati. E’ assolutamente imprescindibile quindi, per ogni politica di contrasto, di prevenzione e recupero, e in particolar modo per le politiche sull’immigrazione, tenere in considerazione questo elemento e prevedere provvedimenti specifici rivolti ai minori, che devono fondarsi sul riconoscimento e la tutela dei loro diritti. Il rapporto e il seminario fanno parte del progetto ENACT (European Network Against Child Trafficking), il primo network pan-europeo di organizzazioni e istituzioni unite nella protezione e promozione dei diritti dei bambini e delle bambine a rischio o vittime di qualsiasi tipo di tratta.

(da Save the children Italia Onlus)

www.savethechilden.it

Il traffico dei minori

 

Un aspetto drammatico ricollegabile allo sfruttamento del lavoro minorile è il traffico di bambini e adolescenti che ad oggi conta circa trenta milioni di vittime.
Tecnicamente esso è il trasferimento di minorenni a scopo di sfruttamento in attività lucrative e illecite, da un luogo all’altro di uno stesso Paese o attraverso le frontiere internazionali.
L’UNICEF calcola che soprattutto in Africa e nel sud est asiatico, ogni giorno circa tremila bambini cadano nelle grinfie dei trafficanti.
Alla base di questo problema, che per provenienza e per destinazione è da definirsi globale, c’è sicuramente l’ignoranza data dalla scarsa alfabetizzazione, la povertà, la volontà di molti genitori di creare un futuro migliore per i propri figli, la disoccupazione.
La tratta è un business molto proficuo, secondo solo al traffico di droga e di armi. Le Nazioni Unite stimano fra i sette miliardi e i dieci miliardi di dollari il guadagno annuo della criminalità organizzata sul commercio di piccoli schiavi. Questo fenomeno è spesso collegato alla pratica dell’affidamento a parenti dei bambini per la scolarizzazione. Il lavoro viene inizialmente presentato come occasione per socializzare, ma poi in breve tempo la realtà cambia drasticamente: i bambini vengono venduti come bestiame e lavorano come schiavi, senza salari né protezione sociale. Un bambino lavoratore costa in media cinquanta dollari.
In molti casi questi minori vengono isolati ed allontanati dalle loro famiglie in tenera età, con il triste risultato che essi non conoscono la loro provenienza e dunque un’eventuale ricongiungimento familiare risulta impossibile.
I settori in cui questi bambini vengono impiegati vanno dalla prostituzione alo spaccio di droga, dal lavoro nelle piantagioni e nelle miniere all’accattonaggio, dal lavoro in fabbrica allo sfruttamento come domestici. Ci sono però anche altri ambiti, meno sviluppati dal punto di vista numerico e altrettanto poco conosciuti. Il mondo dello sport professionistico ne è un esempio. La logica imperante della massimizzazione del profitto, ha portato queste “multinazionali dello sport” in molto Paesi poveri o in via di sviluppo alla ricerca di campioni. IL calcio presenta uno degli esempi più allarmanti e da questo business non si esime nemmeno il calcio italiano. La Federazione calcistica africana lanciò un primo allarme già nel 1991, dicendo che molti bambini, anche di dieci anni d’età, venivano portati in Italia, valutati dalle grandi squadre e poi abbandonati al loro destino se non conformi agli standard richiesti.
Nel 2000 la FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) e il governo italiano misero a punto un protocollo d’intesa per fermare gli “scafisti del pallone”: tutte le società affiliate alla FIGC hanno l’obbligo di segnalare la presenza del minore straniero non appena arriva in Italia per il provino.

( da Amici del mondo  www.amicidelmondo.it)

 

L'accattonaggio

 

Un’altra tipologia di reato legata allo sfruttamento dei minori è quella dell’accattonaggio. Nuovi strumenti per combattere il fenomeno sono quelli previsti dalla legge 228/2003 “Misure contro la tratta di persone”.
 

La maggior parte dei bambini coinvolti nell’accattonaggio appartiene a comunità nomadi Rom di origine slava, per lo più stanziali in Italia.


Accanto a questi si registra, soprattutto al Nord, l’impiego di bimbi marocchini, romeni e albanesi. A differenza dei Rom, i minori di etnia albanese e rumena vengono affidati dalle proprie famiglie ad organizzazioni criminali, per lo più di origine balcanica, che si occupano della loro collocazione in Italia.


I bambini Rom, invece, sono sfruttati dalle stesse famiglie che, spesso, li “scambiano” fra loro.
Accade frequentemente, infatti, che la famiglia di un bambino più volte fermato dalla Polizia, lo rapisca per “affidarlo” ad una comunità di un’altra città, in cambio di un altro minore. In tal modo, è facile perdere le tracce del bambino ed eludere gli interventi delle Istituzioni.


I minori per i nomadi, sono una fonte inesauribile di guadagno.

Si calcola che l’attività di accattonaggio può portare ad un guadagno anche di 100 euro giornalieri, che possono lievitare se i bambini vengono impiegati in attività criminali come piccoli furti o borseggi.

Numerose sono le iniziative in proposito del Dipartimento della Pubblica Sicurezza per la prevenzione dello sfruttamento del lavoro minorile ed, in particolare, dell’accattonaggio, anche in sinergia con la Polizia Municipale ed i Servizi Sociali.


In molte città, ad esempio, vengono svolte, in collaborazione con le Amministrazioni locali, delle campagne per prevenire la dispersione scolastica.

 

Diffuso in tutta Italia è il progetto “Il poliziotto un amico in più” che si propone, nell’ambito del più ampio programma di Polizia di prossimità, di avvicinare i bambini e diffondere una cultura della legalità.

 

I minori scomparsi

Ogni anno, le numerose denunce di minori scomparsi che arrivano alle Forze di Polizia destano sconcerto e preoccupazione nell’opinione pubblica.


In realtà, il fenomeno, se pur da tenere sotto osservazione e controllo, va ridimensionato alla luce di una attenta lettura dei dati a disposizione.


Circa l’80% dei bambini che “scompaiono”, infatti, rientrano nella categoria dei cd. allontanamenti volontari o delle sottrazioni operate dai genitori stessi.
Sono, cioè, minori che, per svariati motivi, decidono di lasciare l’abitazione familiare o la comunità cui sono affidati, anche se questa ultima ipotesi presenta delle peculiarità che occorre chiarire.


Se, infatti, gli allontanamenti volontari dall’abitazione familiare riguardano soprattutto bambini/adolescenti italiani o comunque appartenenti a famiglie stabilmente residenti in Italia, le “fughe” dalle comunità caratterizzano, in particolar modo, i bambini delle famiglie nomadi che, non riuscendo ad adattarsi alla nuova vita comunitaria, scappano dall’istituto per tornare presso le famiglie di origine. Nei casi di bambini molto piccoli, sono addirittura le famiglie stesse che li “rapiscono” per riportarli al precedente stile di vita, ovvero all’attività di accattonaggio o al compimento di piccoli furti e borseggi.


Ovviamente, anche queste “scomparse” o “allontanamenti” vengono segnalati alle Forze di Polizia e, quindi, incrementano il numero delle segnalazioni annuali.


E’ di tutta evidenza, quindi, la differenza con le ipotesi in cui un bambino viene sequestrato, viene sottratto da un genitore all’altro per condurlo in Paesi spesso lontani, o scompare nel nulla, senza che si riescano a formulare ipotesi sulle possibili motivazioni.


In conclusione, di tutte le segnalazioni che annualmente si ricevono, solo un 20% circa, a distanza di un anno, rimangono attuali. Tale dato numerico, nel corso degli anni, è destinato a decrescere ancora, perché non è infrequente che il minore allontanatosi volontariamente decida, anche a distanza di tempo, di farsi nuovamente vivo con la famiglia.


Non bisogna dimenticare, poi, che spesso, nel momento in cui un figlio torna a casa, i familiari, comprensibilmente felici per il rientro, dimenticano di informare le Forze di Polizia. Pertanto, può accadere che un minore che risulta formalmente scomparso, sia in realtà tornato presso la propria abitazione.
Per ovviare a tale inconveniente sono state disposte verifiche periodiche sull’attualità delle segnalazioni.

Come iniziano le ricerche?

Le ricerche vengono avviate, dopo la denuncia dei familiari o della comunità cui è affidato il minore, con l’inserimento del nominativo nel “CED-Interforze”, in modo tale che la notizia della scomparsa possa essere nota, in tempo reale, a tutte le Forze di Polizia.


Grazie a tale procedura, inoltre, le ricerche sono estese automaticamente a tutti i Paesi che aderiscono all’accordo di Schengen.
 

Quando si ritiene che il minore scomparso possa trovarsi in altri Paesi del mondo, viene chiamata in causa l’Interpol, che ha un ruolo di raccordo con le Forze di Polizia dei vari Paesi aderenti.

 

 

 

 

 

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