/Terapie salvavita garantite nell’epoca del Covid, l’impegno di medici e associazioni per i pazienti talassemici

Terapie salvavita garantite nell’epoca del Covid, l’impegno di medici e associazioni per i pazienti talassemici

Nessun paziente ha saltato la trasfusione a cui doveva sottoporsi e tutti hanno usufruito delle terapie necessarie. È il risultato che il sistema sangue porta a casa dopo la fase di maggiore emergenza provocata dal coronavirus, un tema di cui si è discusso nel corso del webinar promosso lo scorso 5 giugno da United Onlus, la Federazione nazionale delle associazioni di talassemia drepanocitosi e anemie rare, intitolato “Talassemia e Covid-19, tra presente e futuro”.

Un momento di confronto che ha visto intervenire non solo medici e rappresentanti delle associazioni, ma anche i familiari dei pazienti senza dimenticare l’impegno delle federate regionali nei confronti dei propri soci, con la gestione dell’emergenza sangue a livello nazionale e locale e gli interventi dei centri di cura nel momento di maggiore criticità.

Al centro del dibattito, aperto dal presidente di United, Raffaele Vindigni, il ruolo fondamentale dei donatori e il loro apporto determinante per garantire cure e assistenza ai pazienti talassemici: «Proprio questo è stato l’obiettivo che ci ha portato a lanciare la campagna #mettiamocilafaccia – ha spiegato – un’iniziativa con cui i nostri soci hanno voluto invitare a non fermare le donazioni, ma anzi a spiegare perché è necessario che sempre più persone intraprendano questa scelta». Ma non solo.

La federazione ha anche voluto capire se e come il Covid abbia impattato sul mondo dei pazienti talassemici: per farlo è stato realizzato un questionario che ha coinvolto tutti i soci e i cui risultati verranno resi pubblici sia attraverso il sito che la pagina Facebook ufficiale di United Onlus. Ma qual è stato il sentimento con cui i pazienti, in varie regioni, hanno vissuto il diffondersi della pandemia?

Come ha spiegato il presidente di AVLT (l’Associazione veneta per la lotta alla talassemia), Alberto Cattelan, «la prima reazione è stata la paura di non poter usufruire delle trasfusioni costanti di cui queste persone hanno bisogno. E poi le domande su come il sistema sangue avrebbe risposto all’emergenza. Tuttavia, medici e infermieri hanno subito predisposto severi controlli all’ingresso delle strutture sanitarie e questo ha permesso di contenere a 21 il numero di pazienti talassemici positivi al Covid in tutta Italia».

Se l’impatto del Covid è stato ammortizzato, gran parte del merito è stato delle associazioni dei donatori che, anche in emergenza, grazie a campagne di comunicazione e sensibilizzazione, hanno permesso di garantire scorte sufficienti agli ospedali italiani. Come ha spiegato il presidente di AVIS Nazionale, Gianpietro Briola, «la nostra associazione ha risposto in due fasi. La prima in cui abbiamo rassicurato i donatori sul rischio nullo di contrarre il virus per via trasfusionale, promuovendo la chiamata diretta dei donatori stessi. La seconda, invece, in cui abbiamo dovuto riorganizzare le procedure di accesso alle unità di raccolta e nei centri trasfusionali, con la prenotazione obbligatoria e la realizzazione di percorsi separati per evitare situazioni di contagio».

Una flessione maggiore si è registrata in particolare nelle regioni più colpite dalla pandemia, soprattutto nella fase iniziale, ma poi la situazione è tornata sotto controllo. Che visione futura del sistema sangue ci lascia questa pandemia? «Sarà necessaria una riorganizzazione generale – ha concluso Briola – con maggiore flessibilità dei centri trasfusionali negli orari di accesso, così da garantire più facilità di programmare le donazioni e avere ingressi ridotti, ma costanti, per la sicurezza di tutti, donatori e personale sanitario. Lavorare nell’ottica di aumentare sempre le donazioni, questo deve essere l’obiettivo di tutti noi».

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